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L’ultimo pastore di Ponte in Valtellina



Un cortometraggio di Dagmawi Yimer, scritto con Giulio Cederna e narrato dalla voce di Giuseppe Cederna, con la musica di Alvaro Lanciai e un contributo del Coro Vetta. Il filmato, della durata di 18 minuti, racconta al grande pubblico il lavoro di Cesare, la transumansanall’alpeggio di Rón e qualche momento di vita ad alta quota con il figlio Sebastiano e i giovani amici che ogni estate lo andavano ad aiutare.

Il cortometraggio sarà proiettato a Ponte in Valtellina e all'interno del programma Geo&Geo su RAI 3.

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Sabato 3 novembre alle ore 20 presso il Cinema Teatro Vittoria a Ponte in Valtellina si terrà una serata dedicata a Cesare, con la proiezione del cortometraggio e di un'intervista inedita realizzata da Dagmawi Yimer e Giulio Cederna.
Si esibirà il gruppo musicale Progetto Orchestra Stabile.
Previsti anche gli interventi di Giuseppe Cederna e di Beno.

 

Diamo a Cesare quel che è di Cesare


L’ultima volta che ho avuto la fortuna di sentirlo è stato qualche giorno prima del tragico incidente che gli ha tolto la vita, ironia della sorte, nel giardino della mia casa di famiglia a Ponte in Valtellina. Lo chiamavo dalla solita strada trafficata di Roma per comunicargli che il filmato tanto atteso sarebbe finalmente andato in onda su Geo&Geo a inizio giugno. «Era ora!», aveva tuonato lui dalla sua stalla, con quella voce squillante che aveva il potere di metterti di buonumore anche nelle giornate storte. Il piccolo racconto per immagini su questo montanaro controcorrente era pronto ormai da un anno, ma per una serie di disavventure produttive si era incagliato nei meandri della Rai. Eravamo tutti impazienti di vederlo sul piccolo schermo introdotto da Sveva Sagramola. 
L’idea di dedicare un documentario a Cesare Sertore, l’ultimo pastore di Ponte, era nata qualche anno prima insieme a Dagmawi Yimer, un altro amico “irregolare”, ma dalla traiettoria opposta. Se Cesare aveva scelto di tornare alle sue amate montagne dopo una giovinezza passata a scavare autostrade in giro per il mondo, Dag aveva deciso di lasciare il suo paese, l’Etiopia, per protestare contro l’ennesimo eccidio di studenti ad Addis Abeba. In Italia, senza ancora potersi esprimere nella nostra lingua, aveva scoperto di comunicare benissimo con le immagini.
I due si erano conosciuti ad alta quota in una radiosa giornata di agosto. Avevo proposto a Dag di andare a trovare l’amico pastore  in alpeggio. Da giovani ci sfidavamo a calcio sulle piane di San Bernardo: io mingherlino e in scarpe da ginnastica; Cesare grande il doppio e in punta di scarponi, noto a tutti come El Bazuk per le sue cannonate memorabili. 
Imboccata la “strada” che da Massarescia porta al guado, vedendo soffrire Dag per una ferita al piede, avevo suggerito di aspettare la macchina di Cesare in arrivo da Ponte per un passaggio; lui per tutta risposta si era involato verso l’alpe con la leggerezza di un campione etiope. Aveva attraversato il deserto e il mare per arrivare in Italia, ma non era certo così matto da percorrere in macchina quella strada appesa sul burrone, resa carrabile con coraggio da Cesare pochi anni prima. Una volta raggiunta la baita, però, la vista gli aveva tolto il respiro, e l’accoglienza dell’amico aveva fatto il resto. «Per la prima volta da quando sono in Italia mi sembra di essere tornato a casa».
Una sera di inverno Cesare aveva ricambiato la visita. Ci aveva raggiunto al cinema di Ponte per assistere alla proiezione di un documentario che avevamo appena girato a Lampedusa. Malgrado la fatica della giornata - mungi, pulisci la stalla, fai il formaggio - si era trattenuto fino alla fine tempestando Dag di domande. Da quel giorno avevamo preso a frequentarci ogni volta che era possibile, d’estate o a Natale. Dag portava la telecamera, Cesare metteva il formaggio. Quasi per gioco lo seguivamo in stalla, nei campi, con l’orchestra, al pascolo. 
Alla fine del 2015 il gioco si era fatto più serio. Di lì a poco sarebbe scaduta la concessione dell’alpeggio e il nuovo bando imponeva il pagamento di un affitto, un problema non irrisorio per un pastore che esercitava la professione all’insegna del “poco ma buono”, avendo più a cuore le mucche del portafoglio. Per qualche tempo Cesare aveva smarrito il sorriso. Temeva di perdere l’accesso ai pascoli sui quali aveva vegliato il padre Oreste per una vita intera. Un documentario forse avrebbe potuto dargli una mano. 
Più ci conoscevamo, intanto, più mi sorprendeva la distanza siderale dell’amico valtellinese dallo stereotipo del “montanaro”, pari soltanto a quella dell’amico etiope dallo stereotipo razzista del “migrante africano”, tornato tanto di moda oggi. Cesare suonava il sassofono, il clarinetto, il glockenspiel; a casa, abolita la televisione, aveva preso a scrivere un romanzo. Narrava le avventure di una schiava etiope che ai tempi della penetrazione romana aveva trovato rifugio sui monti. 
Del resto fin da piccolo a scuola andava benissimo, ma il padre, che vedeva nell’istruzione un lusso per sciuri, lo aveva spedito a imparare un mestiere altrove. 
Aver visto all’opera Cesare mi ha permesso di riscoprire il mondo dei miei antenati (prima della loro scelta di migrare altrove) e di vedere dal vivo la durezza di un sistema di lavoro tradizionale che non ha nulla di bucolico, ma che possiede la bellezza intrinseca e l’insostituibile valore di preservare il bene principale della valle: la montagna. Cesare interpretava questo mestiere, che nessuno vuole più fare, come una missione, ma sognava che l’adorato figlio Sebastiano avesse la possibilità di studiare per poter affrontare in modo nuovo le sfide dell’agricoltura. Speriamo che questo piccolo filmato (una minima parte del girato), arrivato a compimento troppo tardi, possa contribuire almeno a fare conoscere la sua lezione. È giunto il momento di dare a Cesare (Sertore) quel che è di Cesare (Sertore). 


Giulio Cederna








Cesare Sertore



È il 23 maggio, ho quasi finito di impaginare la rivista e ricevo da Simone l'inaspettata notizia della scomparsa del Cesare, il pastore dell'alpe Ron. Un banale incidente mentre tagliava piante, lui che per realizzare quella strada da brivido che da Massarescia porta su a Ron aveva lavorato in bilico con lo scavatore su un versante ripidissimo a quasi m 2000. «Gli è caduto addosso un muretto. L'incidente non era parso inizialmente grave, poi - mi dicono - forse a causa di un'emorragia, Cesare è morto.»
Quasi subito però la sciocca curiosità sulla dinamica dei fatti scema e precipita nello sconforto. Mi rendo conto che con Cesare se ne va un uomo singolare, un gigante buono che ostinatamente faceva il pastore alla vecchia maniera: pochi capi e nutriti solo a fieno, seguendo i ritmi della Natura. In questo viver lento e senza pretese lui aveva trovato la sua pace e in questa pace voleva vivere.
Per molte estati quando lui era a monte, anche io ero sullo stesso monte. Lui col bestiame, io per allenarmi. Lui a Ron, io a Campo. E spesso ci si veniva a trovare, vuoi per prendere il latte per la colazione, vuoi per lo squisito burro, vuoi per sentire un'altra voce nella solitudine della montagna o mangiare qualcosa assieme. Tante volte il mio allenamento della sera consisteva nel salire a Campondola e di lì traversare verso Ron. Aggirata la costa del monte sentivo il Cesare fischiare e urlare per richiamare le mucche in stalla. Gli facevano eco i suoi due cani, a cui seguivano i miagolii dei gattini che portava su in baita. Questi sapevano che presto sarebbe toccata loro una razione di latte, sebbene non avessero svolto il loro compito di cattura-topi.
Quando mi avvicinavo un po' di più lo vedevo camminare fiero nei pascoli con un grosso bastone, seguito ordinatamente dal manipolo di vacche.
Così tutti i giorni, così come faceva suo padre Oreste, così come, forse, avrebbe voluto un giorno facesse suo figlio Sebastiano.
Quel rito era per noi che assistevamo una certezza che avevamo l'illusione sarebbe stata immutabile nei tempi, come il sorgere e il tramontare del sole. Nel tepore della stalla lo guardavo mungere mentre mi raccontava le usanze dell'alpe, dei libri che aveva letto e talvolta delle difficoltà che incontrava nel fare il suo mestiere. Eh già, perché come se non fosse già dura abbastanza tirare a campare con pochi animali e una pastorizia tradizionale ci si mettevano pure i controlli sanitari, i cui esecutori talvolta lo costringevano ad adeguamenti a dir poco bizzarri per il luogo remoto che è Ron.
Qualcuno un giorno gli aveva detto che voleva vedere sparire l'allevamento eroico. La cosa mi aveva fatto indignare. Avrei voluto scriverne sulla rivista, ma il Cesare mi aveva chiesto di non fare nulla perché parlarne avrebbe potuto generare ripicche.
Poi c'era stata la storia del matrimonio. Il matrimonio di un ragazzo che lo aiutava. Come dono di nozze Cesare aveva donato dei formaggi per il ricevimento. Accadde che i commensali cominciarono a stare male, vomitando come in un film splatter. I quotidiani locali armarono le penne dei più ignoranti tra i loro aguzzini e ne saltarono fuori articoli in cui si insinuava che era colpa del formaggio, bollando così i suoi formaggi che non venivano più comprati. Ne uscì che il formaggio non c'entrava niente, la colpa bensì era del vitello tonnato. Ma le rettifiche non fanno notizia e d'inchiostro ne scorse davvero poco per riaccreditarlo. Però anche dopo questa brutta faccenda, si risollevò e riprese la sua attività. Ostinatamente.
Poi rischiò di vedersi privare dell'alpeggio di Ron a causa di un canone di affitto troppo alto da versare al Comune. Con l'interessamento dei Cederna, fu addirittura realizzato un cortometraggio a cui seguì una colletta per permettergli di tornare lassù.
Come riusciva a non piegarsi mai? Non era più semplice adattarsi a fare un mestiere riconosciuto secondo le modalità riconosciute? Cesare era pastore per passione, non per denaro. Anzi dei soldi pareva disinteressarsene totalmente, suscitando anche i mormorii di coloro che ai soldi sono molto legati.
Era una persona sincera e forte, di quelle che nemmeno il vortice della società dei consumi era riuscita a omologare: un vero ribelle. Sapeva ciò che voleva, ovvero stare in pace coi suoi animali e ripetere i gesti secolari dei suoi antenati pastori. Niente avrebbe potuto impedirglielo. Grazie a lui resisteva un piccolo baluardo dove la cultura di montagna non si era ridotta a mero folklore, ma era sincera quotidianità.
La scomparsa di Cesare non fa notizia come quella di una celebrità, ma è stata una tragedia ben più grave per la comunità a cui apparteneva: un punto di rottura definitivo nella sua storia. Con un'eccezionale partecipazione alle esequie, i pontaschi hanno dimostrato di esserne consapevoli. La Valtellina sta diventando sempre più povera di personaggi così speciali e benvoluti, l' ultimo collante tra le comunità risucchiate nell'anonimato del consumismo e le peculiarità della loro storia secolare.
Venendo a me, ho la mente proiettata a quest'estate. Come in un incubo mi immagino a voltare la costa dietro Campondola e scendere a Ron dove nei pascoli inselvatichiti un vento afono accarezza gli steli d'erba. Sento la voce del Cesare che chiama le mucche scaldandomi il cuore. Ma presto mi rendo conto che questa proviene da dentro di me e tale consapevolezza mi stringe in una morsa di nostalgia.


Beno
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